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Archivi per il mese di “giugno, 2013”

La scelta sbagliata

rauti

di Elisabetta P.

Ieri il Ministro dell’Interno Alfano ha nominato la consigliera per la politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio: si tratta di Isabella Rauti, che già aveva collaborato con il Ministero delle Pari Opportunità affidato all’epoca a Mara Carfagna.

Molto ci sarebbe da dire su alcune proposte attinenti alla violenza di genere avanzate da alcune e alcuni esponenti della politica e della società civile, che sembrano orientate verso un tentativo (inane a mio avviso) di repressione del fenomeno anziché della sua prevenzione, proposte spesso isolate, di sicuro impatto emotivo (in sintonia con il clima emergenziale che si è creato), non inserite in un contesto di interventi ad ampio raggio, e probabilmente neanche supportate dall’esperienza e dalle competenze maturate da chi, di violenza di genere, si occupa concretamente da anni. Ad alcune/i potrà non piacere l’idea in sé di una consigliera per le politiche contro la violenza di genere, ma vorrei soffermarmi comunque su questa nomina perché mi sembra indicativa del metodo schizofrenico che spesso viene adottato quando si parla di violenza di matrice patriarcale; un metodo che riduce la violenza all’atto di sopraffazione finale del singolo, ignorando di fatto tutte le sovrastrutture che non solo permettono tale atto ma che sono agenti esse stesse di una compressione delle libertà fondamentali che è comunque una forma – forse più grave se pensiamo alla sua valenza politica e sociale – di violenza.

Ritornando alla nomina di Isabella Rauti, è palese che il suo mandato non è compatibile con le scelte politiche e le dichiarazioni rilasciate nell’ambito di temi critici e rivelatori, come la legge 194/78, i consultori, la RU486. I livelli altissimi di obiezione di coscienza che impediscono alle donne di avvalersi del diritto all’IVG sono infatti una violenza, l’ingresso dei movimenti “per la vita” nei consultori, luoghi laici, previsto in quella che fu una proposta di legge avanzata da Olimpia Tarzia nel Lazio, è anche’esso una forma di violenza contro le donne, i marciatori che hanno sfilato a maggio scorso per le vie di Roma inneggiando all’abolizione della 194/78 (quindi il ritorno agli aborti clandestini e la perseguibilità penale delle donne che vi ricorrono) sono una forma di violenza contro le donne, l’iter di ricovero ospedaliero, unico in Europa, che con la scusa di tutelare la salute delle donne rende complicata e spesso impossibile la fruizione dell’IVG farmacologica, è una violenza contro le donne.

Isabella Rauti, seconda firmataria della PdL Tarzia, ha sostenuto l’ultima Marcia Per la Vita, quell’amena sfilata in cui le donne che hanno scelto di abortire vengono chiamate assassine, e ha rilasciato negli ultimi tre anni le seguenti dichiarazioni, tutte presenti nella rassegna stampa del suo sito.

Ho firmato la proposta di legge per la riforma dei Consultori presentata dalla collega Olimpia Tarzia, affinché si applichi in maniera completa la parte della legge 194 dedicata alla prevenzione e al sostegno delle donne che vedano l’aborto come una scelta obbligata. Per queste donne bisognose di sostegno, l’utilizzo della RU486 sarebbe potuta diventare una raccapricciante scorciatoia: per questo hanno fatto bene  la Presidente Renata Polverini e la sua Giunta a puntare sulla riforma dei Consultori che in Consiglio porteremo avanti, uno strumento previsto come centrale dalla 194, che all’articolo 1 recita che ‘lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio’”.

Si è detta “assolutamente favorevole” a che nello Statuto regionale si scriva che la Regione intende tutelare e promuovere il diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento, il consigliere regionale Isabella Rauti. La proposta è tra quelle avanzate dal Movimento per la Vita italiano

Perché ”la RU486 avrebbe potuto essere utilizzata come una sorta di anticoncezionale, post rapporto non protetto, con il rischio di aumentare il numero degli aborti, che nel tempo stava progressivamente diminuendo. Al di fuori delle linee-guida stabilite, insomma – ha sottolineato Isabella Rauti -, si sarebbe potuto finire per ‘banalizzare’ non solo l’evento della vita ma anche la drammatica decisione abortiva. In altre parole, l’idea che con una pasticca ‘passi tutto’, avrebbe potuto sminuire anche l’atto, la libera ma sempre drammatica scelta di abortire…”

Per l’esponente del pdl ”non va dimenticato che la legge n. 194/1978 è una legge molto disattesa e della quale si è utilizzata più che altro la parte relativa all’interruzione della gravidanza piuttosto che  quella, importantissima, legata agli aspetti di prevenzione e di rimozione delle cause che spingono alle scelte abortive.

“Personalmente – ha aggiunto Rauti – sostengo che la vita inizi dall’atto del concepimento”

Take back… everything.

di Elisabetta P.

“Stai attenta”. Una raccomandazione, spesso sospirata e accompagnata alla speranza che non ci debba accadere nulla di male: di solito la sentiamo pronunciare dai genitori, o dai parenti più vicini, o dai propri compagni di vita. Un filo di apprensione, e a volte neanche quello, quando l’abitudine ha spazzato via le emozioni e i pensieri di cui quell’esortazione è figlia. Risuona quasi sempre tra le mura domestiche mentre, già con le chiavi in mano, stiamo per chiudere una porta che segna l’uscita da un terreno conosciuto e sicuro, in cui – si spera – sicurezza e affetto regnano indisturbati, e l’entrata nel “mondo di fuori”, incerto e pericoloso, più che mai per noi donne. Risuona ancor più spesso nelle ore dominate dal buio, in cui la diminuzione della luce viene accostata ad un proporzionale aumento del rischio.

“Stai attenta” implica un atteggiamento attivo e allo stesso tempo passivo da parte della ragazza o donna a cui è diretto: attivo in quanto dovrò adottare comportamenti concreti e una vigilanza maggiore, e dovrò evitare comportamenti che potrebbero al contrario rappresentare una falla nel mio sistema di autoprotezione. Passivo perché mi pone in una posizione subordinata, di controllo sulle mie scelte, di razionalità che deve prevalere sull’istinto: tutto ciò non è finalizzato all’ottenimento di qualcosa, ma è orientato a mantenere lo stato attuale, scongiurando preventivamente eventuali minacce.

Una modulazione costante della libertà in virtù della tutela della nostra integrità e della nostra stessa esistenza. “Stai attenta” vuol dire che in fondo un po’ di paura devo averla; difficile però arginare quest’emozione in confini accettabili, che non si estendano oltre misura riducendo il nostra spazio vitale. Difficile, per molte di noi, non introiettare a tal punto quel sentimento di prudenza e attenzione verso il mondo esterno (la strada, il buio, un bosco o una spiaggia) da avvertirlo ormai come un istinto a cui piegarci incondizionatamente. La limitazione della libertà che può conseguire a un’amplificazione dei timori connessi alla nostra circolazione negli spazi non interni, non è da sottovalutare. Non è da sottovalutare quell’esercizio reiterato di addomesticamento dei propri movimenti.

Comprendo che il rischio di uno stupro, di un assassinio, o di un’aggressione, siano a tal punto spaventevoli e possano recare conseguenze così gravi se non fatali, che pare quasi un atto di follia esporvisi per non privarci di ritagli di libertà come può essere quello che si realizza quando decidiamo di uscire sole da un locale a notte inoltrata, o quello che si annulla quando leghiamo i capelli e indossiamo un capellino se stiamo guidando in una strada isolata (niente di meno che la negazione dell’essenza femminile per salvaguardare la propria incolumità).

Vorrei però tentare di andare oltre al mero gesto prudente, inoltrandomi in quel territorio in cui il timore spadroneggia fino a diventare tiranno, vorrei capire quanta libertà ho sacrificato per preservare la mia sicurezza spesso andando al di là di una ragionevole e opportuna cautela, vorrei avere la misura di quanto queste restrizioni più o meno severe hanno influito sulla mia percezione del mondo di fuori e del mondo di dentro (la casa, la famiglia, gli amici, io), vorrei sapere se la paura è stata humus che ha nutrito altra paura e in che modo io mi relaziono alla paura stessa, e alla mia libertà. Vorrei rendere i confini tra paura, istinto di sopravvivenza, prudenza e libertà, più fluidi ed elastici; credo sia utile guardare dritta negli occhi la paura, conoscere il rischio e valutare razionalmente quanto pericolo c’è fuori, quanto ce n’è dentro, quanto pericolo esiste per il fatto di essere vive in sé.

C’è da soffermarsi poi sulla soggezione che si assimila proprio assecondando i timori e le paure che ci vengono quotidianamente dettati (e mi riferisco anche ai mass media, ad un certo linguaggio giornalistico da cui trapela un senso di emergenza perenne e di allarme diffuso); “Take back the night”, la rivendicazione femminista che comporta la riappropriazione di tempi e di spazi che tuttora ci vengono sottratti, in fondo non è altro che un invito ad affrontare la paura, quella che corrisponde ad un rischio reale e fondato, e quella indotta, talvolta iperbolica, che ci viene somministrata perché donne, un invito ad avere un atteggiamento (re)attivo e resistente nei confronti del mondo esterno, che sappiamo inoltre essere (penso a noi donne, in questo frangente storico e in questo Paese) meno pericoloso di quel che ci lasciamo alle spalle chiudendo la porta di casa, o dell’ufficio, o di altri luoghi ben illuminati e noti.

Un invito ad esercitare la libertà e godere della forza di cui è ricco un gesto che in molti contesti potrebbe essere considerato improvvido, a recuperare la sicurezza in se stesse che ad un tale sovvertimento può seguire; disattivare le associazioni mentali che non fanno altro che costellare di pericoli l’immaginario interiore. Proviamo ogni tanto a considerare davvero nostra la strada, a pensare che è un diritto quello di attraversare gli spazi senza che i nostri passi abbiano la cadenza rapida di una fuga, a realizzare che non siamo indifese e non siamo vittime predestinate, e che la notte non è fatta solo di materia buia ma anche di astri che dispensano luce.

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