#save194lazio

Take back… everything.

di Elisabetta P.

“Stai attenta”. Una raccomandazione, spesso sospirata e accompagnata alla speranza che non ci debba accadere nulla di male: di solito la sentiamo pronunciare dai genitori, o dai parenti più vicini, o dai propri compagni di vita. Un filo di apprensione, e a volte neanche quello, quando l’abitudine ha spazzato via le emozioni e i pensieri di cui quell’esortazione è figlia. Risuona quasi sempre tra le mura domestiche mentre, già con le chiavi in mano, stiamo per chiudere una porta che segna l’uscita da un terreno conosciuto e sicuro, in cui – si spera – sicurezza e affetto regnano indisturbati, e l’entrata nel “mondo di fuori”, incerto e pericoloso, più che mai per noi donne. Risuona ancor più spesso nelle ore dominate dal buio, in cui la diminuzione della luce viene accostata ad un proporzionale aumento del rischio.

“Stai attenta” implica un atteggiamento attivo e allo stesso tempo passivo da parte della ragazza o donna a cui è diretto: attivo in quanto dovrò adottare comportamenti concreti e una vigilanza maggiore, e dovrò evitare comportamenti che potrebbero al contrario rappresentare una falla nel mio sistema di autoprotezione. Passivo perché mi pone in una posizione subordinata, di controllo sulle mie scelte, di razionalità che deve prevalere sull’istinto: tutto ciò non è finalizzato all’ottenimento di qualcosa, ma è orientato a mantenere lo stato attuale, scongiurando preventivamente eventuali minacce.

Una modulazione costante della libertà in virtù della tutela della nostra integrità e della nostra stessa esistenza. “Stai attenta” vuol dire che in fondo un po’ di paura devo averla; difficile però arginare quest’emozione in confini accettabili, che non si estendano oltre misura riducendo il nostra spazio vitale. Difficile, per molte di noi, non introiettare a tal punto quel sentimento di prudenza e attenzione verso il mondo esterno (la strada, il buio, un bosco o una spiaggia) da avvertirlo ormai come un istinto a cui piegarci incondizionatamente. La limitazione della libertà che può conseguire a un’amplificazione dei timori connessi alla nostra circolazione negli spazi non interni, non è da sottovalutare. Non è da sottovalutare quell’esercizio reiterato di addomesticamento dei propri movimenti.

Comprendo che il rischio di uno stupro, di un assassinio, o di un’aggressione, siano a tal punto spaventevoli e possano recare conseguenze così gravi se non fatali, che pare quasi un atto di follia esporvisi per non privarci di ritagli di libertà come può essere quello che si realizza quando decidiamo di uscire sole da un locale a notte inoltrata, o quello che si annulla quando leghiamo i capelli e indossiamo un capellino se stiamo guidando in una strada isolata (niente di meno che la negazione dell’essenza femminile per salvaguardare la propria incolumità).

Vorrei però tentare di andare oltre al mero gesto prudente, inoltrandomi in quel territorio in cui il timore spadroneggia fino a diventare tiranno, vorrei capire quanta libertà ho sacrificato per preservare la mia sicurezza spesso andando al di là di una ragionevole e opportuna cautela, vorrei avere la misura di quanto queste restrizioni più o meno severe hanno influito sulla mia percezione del mondo di fuori e del mondo di dentro (la casa, la famiglia, gli amici, io), vorrei sapere se la paura è stata humus che ha nutrito altra paura e in che modo io mi relaziono alla paura stessa, e alla mia libertà. Vorrei rendere i confini tra paura, istinto di sopravvivenza, prudenza e libertà, più fluidi ed elastici; credo sia utile guardare dritta negli occhi la paura, conoscere il rischio e valutare razionalmente quanto pericolo c’è fuori, quanto ce n’è dentro, quanto pericolo esiste per il fatto di essere vive in sé.

C’è da soffermarsi poi sulla soggezione che si assimila proprio assecondando i timori e le paure che ci vengono quotidianamente dettati (e mi riferisco anche ai mass media, ad un certo linguaggio giornalistico da cui trapela un senso di emergenza perenne e di allarme diffuso); “Take back the night”, la rivendicazione femminista che comporta la riappropriazione di tempi e di spazi che tuttora ci vengono sottratti, in fondo non è altro che un invito ad affrontare la paura, quella che corrisponde ad un rischio reale e fondato, e quella indotta, talvolta iperbolica, che ci viene somministrata perché donne, un invito ad avere un atteggiamento (re)attivo e resistente nei confronti del mondo esterno, che sappiamo inoltre essere (penso a noi donne, in questo frangente storico e in questo Paese) meno pericoloso di quel che ci lasciamo alle spalle chiudendo la porta di casa, o dell’ufficio, o di altri luoghi ben illuminati e noti.

Un invito ad esercitare la libertà e godere della forza di cui è ricco un gesto che in molti contesti potrebbe essere considerato improvvido, a recuperare la sicurezza in se stesse che ad un tale sovvertimento può seguire; disattivare le associazioni mentali che non fanno altro che costellare di pericoli l’immaginario interiore. Proviamo ogni tanto a considerare davvero nostra la strada, a pensare che è un diritto quello di attraversare gli spazi senza che i nostri passi abbiano la cadenza rapida di una fuga, a realizzare che non siamo indifese e non siamo vittime predestinate, e che la notte non è fatta solo di materia buia ma anche di astri che dispensano luce.

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