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La scelta sbagliata

rauti

di Elisabetta P.

Ieri il Ministro dell’Interno Alfano ha nominato la consigliera per la politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio: si tratta di Isabella Rauti, che già aveva collaborato con il Ministero delle Pari Opportunità affidato all’epoca a Mara Carfagna.

Molto ci sarebbe da dire su alcune proposte attinenti alla violenza di genere avanzate da alcune e alcuni esponenti della politica e della società civile, che sembrano orientate verso un tentativo (inane a mio avviso) di repressione del fenomeno anziché della sua prevenzione, proposte spesso isolate, di sicuro impatto emotivo (in sintonia con il clima emergenziale che si è creato), non inserite in un contesto di interventi ad ampio raggio, e probabilmente neanche supportate dall’esperienza e dalle competenze maturate da chi, di violenza di genere, si occupa concretamente da anni. Ad alcune/i potrà non piacere l’idea in sé di una consigliera per le politiche contro la violenza di genere, ma vorrei soffermarmi comunque su questa nomina perché mi sembra indicativa del metodo schizofrenico che spesso viene adottato quando si parla di violenza di matrice patriarcale; un metodo che riduce la violenza all’atto di sopraffazione finale del singolo, ignorando di fatto tutte le sovrastrutture che non solo permettono tale atto ma che sono agenti esse stesse di una compressione delle libertà fondamentali che è comunque una forma – forse più grave se pensiamo alla sua valenza politica e sociale – di violenza.

Ritornando alla nomina di Isabella Rauti, è palese che il suo mandato non è compatibile con le scelte politiche e le dichiarazioni rilasciate nell’ambito di temi critici e rivelatori, come la legge 194/78, i consultori, la RU486. I livelli altissimi di obiezione di coscienza che impediscono alle donne di avvalersi del diritto all’IVG sono infatti una violenza, l’ingresso dei movimenti “per la vita” nei consultori, luoghi laici, previsto in quella che fu una proposta di legge avanzata da Olimpia Tarzia nel Lazio, è anche’esso una forma di violenza contro le donne, i marciatori che hanno sfilato a maggio scorso per le vie di Roma inneggiando all’abolizione della 194/78 (quindi il ritorno agli aborti clandestini e la perseguibilità penale delle donne che vi ricorrono) sono una forma di violenza contro le donne, l’iter di ricovero ospedaliero, unico in Europa, che con la scusa di tutelare la salute delle donne rende complicata e spesso impossibile la fruizione dell’IVG farmacologica, è una violenza contro le donne.

Isabella Rauti, seconda firmataria della PdL Tarzia, ha sostenuto l’ultima Marcia Per la Vita, quell’amena sfilata in cui le donne che hanno scelto di abortire vengono chiamate assassine, e ha rilasciato negli ultimi tre anni le seguenti dichiarazioni, tutte presenti nella rassegna stampa del suo sito.

Ho firmato la proposta di legge per la riforma dei Consultori presentata dalla collega Olimpia Tarzia, affinché si applichi in maniera completa la parte della legge 194 dedicata alla prevenzione e al sostegno delle donne che vedano l’aborto come una scelta obbligata. Per queste donne bisognose di sostegno, l’utilizzo della RU486 sarebbe potuta diventare una raccapricciante scorciatoia: per questo hanno fatto bene  la Presidente Renata Polverini e la sua Giunta a puntare sulla riforma dei Consultori che in Consiglio porteremo avanti, uno strumento previsto come centrale dalla 194, che all’articolo 1 recita che ‘lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio’”.

Si è detta “assolutamente favorevole” a che nello Statuto regionale si scriva che la Regione intende tutelare e promuovere il diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento, il consigliere regionale Isabella Rauti. La proposta è tra quelle avanzate dal Movimento per la Vita italiano

Perché ”la RU486 avrebbe potuto essere utilizzata come una sorta di anticoncezionale, post rapporto non protetto, con il rischio di aumentare il numero degli aborti, che nel tempo stava progressivamente diminuendo. Al di fuori delle linee-guida stabilite, insomma – ha sottolineato Isabella Rauti -, si sarebbe potuto finire per ‘banalizzare’ non solo l’evento della vita ma anche la drammatica decisione abortiva. In altre parole, l’idea che con una pasticca ‘passi tutto’, avrebbe potuto sminuire anche l’atto, la libera ma sempre drammatica scelta di abortire…”

Per l’esponente del pdl ”non va dimenticato che la legge n. 194/1978 è una legge molto disattesa e della quale si è utilizzata più che altro la parte relativa all’interruzione della gravidanza piuttosto che  quella, importantissima, legata agli aspetti di prevenzione e di rimozione delle cause che spingono alle scelte abortive.

“Personalmente – ha aggiunto Rauti – sostengo che la vita inizi dall’atto del concepimento”

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La mia scelta viene prima.

Dal collettivo femminista e lesbico Vengo Prima condividiamo questo bellissimo video:

QUESTO VIDEO E’ UNO STRUMENTO DI DENUNCIA, DI INFORMAZIONE E DI LOTTA, NONCHE’ UN GESTO DI VICINANZA A CHI HA VISSUTO ESPERIENZE SIMILI.

SIAMO LIBERE DI SCEGLIERE. SEMPRE.

Buona visione!

L’opinione e l’informazione: la pillola del giorno dopo NON è un farmaco abortivo.

di Elisabetta P.

Non tutte le opinioni meritano rispetto. In ogni caso le opinioni sono appunto riflessioni personali che possono anche, spero, trovare fondamento in fatti, dati, esperienze, e così via.
La comunicazione di un’informazione, di un dato o di un fatto, non è opinabile. O meglio, può esserlo eccome, a condizione che il dato sia ben distinto da quella che è una valutazione di natura personale.
L’articolo pubblicato il 27 settembre scorso da Avvenire a firma di Costanza Miriano è un ricettacolo di opinioni che io non solo non condivido ma che neanche considero meritevoli di rispetto, e di inesattezze la cui modalità comunicativa, contraddistinta da sicurezza e assertività, fa di loro informazioni errate.
Cosa producono le informazioni sbagliate? Disinformazione. Cosa può determinare la disinformazione sulla salute riproduttiva e sessuale delle cittadine? Danni enormi, e limitazione della libertà personale.
Ritengo che la mia libertà consista infatti anche nel conoscere quali sono i miei diritti, cosa posso e non posso scegliere, quali sono le conseguenze delle mie scelte. Se non sono consapevole, o mi viene impedito di esserlo, di tutto ciò, la mia sarà una libertà limitata.

Dall’articolo (il cui titolo, a mio parere fuorviante, è ‘L’aborto del giorno dopo’):

Quando la bugia da far passare è molto grossa è bene attrezzarsi subito, sin dalla scelta del nome. E così si chiama dipartimento all’educazione la struttura che ha deciso di distribuire gratuitamente nelle scuole superiori di New York la pillola del giorno dopo alle ragazze che ne facciano richiesta. Poi non ci sarà neanche più bisogno del consenso dei genitori, se hanno preventivamente aderito al programma di contraccezione preventiva, e qui è la bugia più grossa di tutte.

Dunque, la città di New York nel gennaio 2011 ha lanciato un programma pilota per distribuire senza obbligo di prescrizione medica dispositivi di contraccezione (preventiva e di emergenza) alle studentesse e agli studenti di una dozzina di scuole superiori pubbliche.
Questo programma, conosciuto come CATCH (Connecting Adolescents to Comprehensive Healthcare) amplia un progetto privato già esistente operante in circa quaranta scuole della città e che offre servizi primari di assistenza sanitaria, inclusi contraccettivi preventivi, di emergenza o Plan B (così chiamata nel programma CATCH, prendendo spunto dal nome del farmaco, Plan B One-Step, a base di Levonorgestrel in commercio negli U.S.A.), e test di gravidanza. In realtà, da anni vengono distribuiti gratuitamente profilattici nelle scuole del Paese, ma CATCH si distingue proprio per offrire alle giovanissime anche contraccettivi preventivi e Plan B senza prescrizione.

Proseguiamo a leggere:
” La pillola del giorno dopo, poiché appunto si prende il giorno dopo (anzi, entro 72 ore), non è affatto preventiva, e può o ritardare l’ovulazione, oppure, se il concepimento è avvenuto, impedire l’impianto di una nuova vita che già è cominciata, e quindi si tratta di un vero e proprio aborto in piena regola. C’è di mezzo insomma la vita di un bambino che viene interrotta.”

Un bel respiro, calma.
L’autrice dell’articolo parte da un assunto erroneamente ricavato dagli obiettivi del progetto CATCH (che abbiamo visto si occupa anche di contraccezione di emergenza), e cioè che la pillola del giorno dopo rientri nella contraccezione preventiva, per poi smentirlo lei stessa (“poiché appunto si prende il giorno dopo”). Esatto, ma nessuno aveva affermato il contrario, tantomeno il programma CATCH.
Ora, il farmaco di cui si sta parlando rientra nella categoria della contraccezione di emergenza (CE), o contraccezione post-coitale, da assumere entro le 72 ore dal rapporto sessuale non protetto che si ritenga possa dar luogo ad una gravidanza non voluta, e non di quella preventiva. Con la contraccezione preventiva (la semplice “pillola”) quella di emergenza può avere in comune il principio attivo, come ad esempio il Levonorgestrel, che però nella pillola “del giorno dopo”, anche detta pdg, viene utilizzato in dosaggi molto più alti.
Cosa fa la pillola del giorno dopo? Ritarda o blocca l’ovulazione, come si può anche leggere nel passaggio estrapolato dall’articolo di Avvenire, ma al contrario di quanto viene successivamente asserito, NON impedisce l’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero se questo ha già avuto inizio: “Levonorgestrel emergency contraceptive pills are not effective once the process of implantation has begun, and they will not cause abortion” (Le pillole di contraccezione di emergenza a base di Levonorgestrel non sono efficaci una volta che il processo di impianto ha avuto inizio, e non causano l’aborto”)  fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità
Ancora un altro punto chiarificatore dal Fact Sheet dell’OMS risalente a luglio 2012: “Emergency contraception, or post-coital contraception, refers to methods of contraception that can be used to prevent pregnancy in the first few days after intercourse” (La contraccezione di emergenza, o post-coitale, afferisce a metodi contraccettivi che possono essere utilizzati per prevenire una gravidanza nei primi giorni successivi al rapporto.).
Prevenire una gravidanza, non interromperla. Quindi, NON “si tratta di un vero e proprio aborto”.

Opportuno citare anche il documento destinato ai medici e realizzato dalla Sic (Società Italiana della Contraccezione) e dalla Smic (Società Medica Italiana per la Contraccezione) del 6 giugno 2011:
“E’ ampiamente dimostrato che il LNG, quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, è in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto.” LNG sta per Levonorgestrel, LH (ormone luteinizzante) è prodotto dall’ipofisi in quantità maggiori nella donna durante il picco ovulatorio.

La confusione che ravviso nell’utilizzo disinvolto da parte dei movimenti antiabortisti di alcuni termini dal sicuro impatto emotivo (vita, feto, embrione, bambino, persona) vorrei credere scaturisca da una generale ignoranza sull’argomento e non da un consapevole intento mistificatorio.

Altro passaggio dell’articolo diffuso da Avvenire:
“In Italia almeno il Movimento per la Vita ha ottenuto, con un ricorso parzialmente accolto dal Tar, che il bugiardino delle pillole del giorno dopo (Norlevo, Levonelle) chiarisse che il farmaco può anche distruggere l’embrione, e non solo impedire che venga concepito. Insomma un pesticida umano come lo definì Lejeune. “

La parte del ricorso al Tar del Lazio presentato dal Movimento per la Vita a cui si accenna, riguardava il foglietto illustrativo della pdg Norlevo (non si parla assolutamente di Levonelle Bayer nella sentenza) prodotto dalla casa farmaceutica Angelini.
Vediamo di capire cosa dice il Tar in proposito al punto 6 della sentenza numero 8465 risalente al 2001:

“…nel foglio illustrativo è diffusamente precisata la nozione di contraccezione di emergenza, nel cui ambito si colloca il “NORLEVO”, in contrapposizione ai metodi ordinari di prevenzione della gravidanza; sono inoltre elencate tutte le ipotesi in cui il prodotto va assunto con identificazione delle tipologie dei rapporti sessuali non protetti. Il consumatore è quindi esaustivamente edotto circa i presupposti e le condizioni caratterizzate dalla straordinarietà in presenza delle quali può essere assunto il farmaco, ed ipotizzati usi non conformi alle indicazioni non si traducono in vizio del contenuto dell’atto oggetto di sindacato. Quanto all’incidenza del farmaco sui processi fisiologici della donna nel foglio illustrativo è indicato che il sistema di contraccezione opera “bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto”. Se per il primo dei su riferiti effetti terapeutici (blocco dell’ovulazione) la descrizione dello stesso si configura conforme a criteri di corretta e completa informazione del consumatore, la successiva proposizione “impedendo l’impianto” risulta priva di oggetto, non precisando che l’effetto terapeutico si riflette sull’ovulo fecondato. Come ampiamente illustrato dalle associazioni ricorrenti, un completa e dettagliata informazione per ciò che attiene il secondo dei delineati effetti terapeutici si rende necessaria proprio in presenza di differenziati orientamenti etici e religiosi circa il momento iniziale della vita umana, così da rendere edotto in maniera chiara e non equivoca che il farmaco agisce sull’ovulo già fecondato impedendo le successive fasi del processo biologico di procreazione.”

In sostanza è stato ritenuto che il foglietto illustrativo del farmaco in questione fosse poco esaustivo, e adeguandosi alla sentenza la casa farmaceutica ha provveduto a rilasciarne un successivo che esaudisse tutti i requisiti informativi che tale documento deve soddisfare.
Qui potete trovare il “bugiardino” di Norlevo (risale presumibilmente al 2006, e nel frattempo potrebbe aver subito ulteriori modifiche) post sentenza 8465/2001, anzi, riporto alcune avvertenze dallo stesso:
“La contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato, se il rapporto sessuale è avvenuto nelle ore o nei giorni che precedono l’ovulazione, cioè nel periodo di massima probabilità di fecondazione. Il metodo non è più efficace una volta iniziato l’impianto.”
Non può interrompere una gravidanza già in atto.

In caso vogliate approfondire le posizioni di Jerôme Lejeune, potete consultare la pagina Wikipedia a lui dedicata, ponendo particolare attenzione alle sue posizioni bioetiche.
Vorrei sottolineare come la citazione di Miriano sia attribuita alla persona giusta ma al farmaco sbagliato: difatti Lejeune ha definito “pesticida umano” il principio attivo mifepristone, utilizzato nei cosidetti farmaci abortivi che possono sostituire una IVG chirurgica, e non al Levonorgestrel o ad altri principi attivi usati per la contraccezione di emergenza.

 
Nota: l’IVG farmacologica rappresenta un’alternativa a quella chirurgica, ed è costituita in Italia dalla RU846 (nome commerciale) il cui principio attivo si chiama mifepristone (il farmaco approvato dall’AIFA è il Mifegyne della Exelgyne) e che viene somministrata solo in ambito ospedaliero e con obbligo di ricovero. La RU846 rientra nella categoria dei farmaci abortivi.

Veneto: consultori e legge 194/78 sotto assedio

[foto presa dalla pagina facebook dell’evento]

E’ stata presentata ieri al Consiglio Regionale del Veneto una proposta di legge d’iniziativa popolare, depositata addirittura nel 2004 e dichiarata ammissibile l’anno seguente, che ci riguarda molto da vicino.
Ci riguarda poiché di nuovo si cerca di comprimere oltremisura l’autodeterminazione delle donne, le scelte genitoriali delle coppie, e nuovamente si tenta di sottrarre laicità a strutture pubbliche come i consultori e gli ospedali, procedendo ad una maldestra revisione di una fattispecie, l’interruzione volontaria di gravidanza, già ampiamente regolamentata dalla legge 194/78.
I consultori, la cui presenza e funzione è stabilita – e purtroppo disattesa in quanto siamo molto lontani, nello stesso Veneto, dall’obiettivo stimato in 1 consultorio per ogni 20.000 abitanti dalla legge 34/96, nonché depotenziata da ingenti tagli finanziari- non solo dalla legge 405 del 1975 che li istituisce, ma anche dalla legge 194/78, subiscono l’ennesimo attacco frontale. Sapevamo che la PdL Tarzia nel Lazio e quella di Ferrero nel Piemonte avrebbero fatto da avanguardia per sferrare un colpo ai consultori e all’applicazione, già gravemente compromessa a causa delle altissime percentuali di obiettori di coscienza, della 194 su scala nazionale; ieri ne abbiamo avuto la conferma in Veneto.

Vale la pena dare uno sguardo alla breve relazione che introduce gli articoli della Proposta di legge numero 3 dal titolo “Regolamentare le iniziative mirate all’informazione sulle possibili alternative all’aborto” :

In Italia, con l’entrata in vigore della legge n.194…sono sorti moltissimi movimenti e associazioni che hanno come finalità l’aiuto alle mamme che per le più svariate motivazioni si trovino in difficoltà con l’accettazione della gravidanza…
Innanzitutto vorrei far notare come sia in questo incipit sia nel resto della relazione che introduce gli articoli, ad eccezione di una sola occorrenza, mai venga pronunciata la parola “donna”. La donna, soggetto di diritti non esiste; al suo posto neanche la “madre”, ma la “mamma”. Un ruolo, che peraltro la donna che intende ricorre all’IVG non intende presumibilmente ricoprire, che viene sostituito alla persona.

…in sintonia con i dettami della legge stessa, legge che prevede ogni tentativo di dissuasione alla pratica di interruziona volontaria di gravidanza”
In verità la legge 194/78 non prevede “ogni tentativo di dissuasione” da parte dei consultori e delle strutture sanitarie, bensì che i consultori e le strutture socio-sanitarie, come chiaramente esposto nell’articolo 5, forniscano alla donna, anche ricorrendo (possibilità, non dovere) alla collaborazione volontaria di associazioni private (comma d dell’articolo 2), tutte le informazioni e il supporto a lei utili a superare eventuali difficoltà, soprattutto se di natura economica, sociale o familiare, sempre nel “rispetto della dignità e riservatezza della donna” (non della mamma).

Se ci fosse stata l’informazione corretta e doverosa senz’altro avremmo salvato molti bambini e mamme che dopo lo shock dell’intervento si trovano a vivere con fortissimi sensi di colpa
Oltre all’implicita accusa alle strutture sopracitate di non adempiere alla 194/78 omettendo di fornire adeguate informazioni a chi vi si rivolge, in questa frase si torna a mistificare la realtà parlando di mamme e non di donne, di bambini e non di feti. Che l’IVG rappresenti un non meglio specificato “shock” per tutte le donne che ne usufruiscono è personale opinione di chi ha scritto questa relazione, così come che tali donne siano costrette a vivere con “fortissimi” sensi di colpa.

C’è sempre un momento, un luogo, nella storia e nel presente, in cui qualcuno/a si arroga il diritto, o meglio la presunzione di decidere cosa deve fare una donna del suo corpo e cosa dovrà provare dopo averlo fatto. Nello specifico chi redige il documento stabilisce che le donne senza questa proposta di legge certamente sceglieranno inconsapevolmente, eternamente considerate delle minus habens, o delle minorenni nella migliore delle ipotesi, di sottoporsi ad una IVG e di vivere conseguentemente un’esistenza di rimorsi e dolore.

Veniamo ora agli articoli, decisamente disancorati dalla realtà e a mio personale avviso aventi un carattere coercitivo non trascurabile, che si propongo nel Progetto di legge:

Art. 1 – Pubblicità.
1. In ogni consultorio e nei reparti di ginecologia e ostetricia a  finalità informativa deve essere esposto ben in vista il materiale  informativo dei movimenti e delle associazioni legalmente riconosciute  aventi come finalità l’aiuto alle donne in difficoltà orientate  all’interruzione della gravidanza, sui rischi sia fisici che psichici  a cui si espone la donna con l’interruzione di gravidanza e le  possibili alternative all’aborto.

Come stabilisce la legge 194/78 i consultori e le strutture ospedaliere provvederanno discrezionalmente e valutando il caso specifico, a divulgare materiale informativo esterno.
I rischi fisici che una IVG comporta devono ovviamente essere comunicati come quelli di qualsiasi altro intervento, con il consenso informato, procedura che già avviene. Sui rischi psichici non si hanno evidenze scientifiche da poterne fare oggetto di informativa.
A questo ultimo proposito vorrei invece sottolineare che attualmente in Italia non esiste un’informazione capillare e metodica circa i rischi che possono comportare la gravidanza e il parto per la salute della donna. Tantomeno viene applicato il diritto sancito per legge al trattamento antalgico del parto (molte testimonianze, di donne traumatizzate dal dolore del parto e di donne che si sono viste negare l’epidurale potete leggerle qui).

Art. 2 – Divulgazione e informazione.
1. Ai movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1 viene concesso  di espletare il loro servizio di divulgazione e informazione nei  consultori familiari, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d’aspetto e atri degli ospedali.

La laicità dei consultori e delle strutture ospedaliere non dovrebbe in alcun modo essere contaminata dalla presenza di personale non addetto atto a scoraggiare e a colpevolizzare le donne che intendono ricorrere all’IVG, soprattutto in luoghi sensibili come sale d’aspetto e atri, che dovrebbero ospitare esclusivamente i pazienti, i loro cari, e il personale ospedaliero. Conosciamo poi gli eccessi di alcuni esponenti pro-life che inscenano macabri siparietti muniti di croci cosparse di inquietanti feti di plastica davanti alle strutture ospedaliere pubbliche, e che gridano “assassine” alle donne che intraprendono il percorso della IVG (ci è stato riferito dalla rappresentanza di donne ieri accolta nell’aula del Consiglio Regionale che anche durante la seduta le donne che ricorrono all’IVG sono state definite “assassine”).

Art. 3 – Vigilanza
1. I direttori sanitari delle ASL e delle Aziende ospedaliere devono  vigilare sul rispetto della legge.
2. Saranno previste sanzioni per chi dovesse negare o intralciare  l’operato dei movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1 fino a  revocare la pratica degli interventi di aborto volontario nelle  strutture inadempienti.
 ”

Credo che in quest’ultimo articolo venga sfiorato il ridicolo, nonché l’incostituzionalità: si paventano in sostanza sanzioni (civili? Penali? Amministrative? Disciplinari?) per chi (dirigenti degli ospedali, operatori dei consultori, ginecologi?) dovesse intralciare l’operato dei pro-life, fino ad impedire, in contrasto con la stessa 194/78,  l’erogazione dell’ IVG.

Seguiremo l’iter di questa proposta di legge, e segnaliamo il presidio organizzato da Udi Venezia-Mestre che ha avuto luogo davanti al palazzo della Regione (qui l’evento Facebook).

#save194 #20giugno: virtuali presenze, materiali assenze.

A seguito dei presidi, sit-in, manifestazioni, volantinaggi e altre iniziative intraprese da singole/i cittadine/i, associazioni di donne e collettivi femministi, in occasione dell’esame di costituzionalità della legge 194/78 presso la Consulta, ci siamo chieste per quale ragione le associazioni che nei giorni precedenti al 20 giugno avevano assunto una posizione di convinta difesa della legge, effettuando dichiarazioni e diffondendo dati che abbiamo condiviso sulla nostra pagina evento Facebook con interesse e gratitudine, non abbiano né partecipato né dato alcuna visibilità alle iniziative moltiplicatesi sul territorio nazionale.

I comunicati stampa, il dialogo con i cittadini e le cittadine tramite il web sono certamente apprezzabili e rivestono un potente strumento di aggregazione; infatti dalla creazione su Facebook di un evento prettamente mediatico, ci siamo ritrovate, insieme ad altre donne e uomini, ad organizzare, coordinare e promuovere iniziative fisiche, che si sono poi concretizzate, tra le altre cose, nella produzione di materiale informativo (volantini, manifesti, adesivi, ecc.) e contenuti di cui ognuno/a ha potuto usufruire nell’ambito della mobilitazione del 20 giugno.

E’ un fatto non trascurabile, e che merita una riflessione comune, che in quelle piazze, su quelle strade, davanti i consultori e davanti la Corte Costituzionale, le associazioni e i comitati che dovrebbero difendere i diritti fondamentali delle donne, e che fino al giorno prima avevano rilanciato l’hashtag #save194 in rete, fossero assenti.
E’ un fatto che le varie iniziative, concepite e sviluppate dal basso, abbiano avuto una visibilità certamente relativa, proprio per il loro carattere carsico, ma che non poteva passare inosservata a questi soggetti, in quanto presente sui medesimi canali (Facebook, blog, Twitter) che loro hanno utilizzato per cercare di salvare virtualmente la 194/78.
E’ un fatto che nessuna di queste associazioni abbia accennato, dopo il 20 giugno, all’importante mobilitazione che aveva avuto luogo.

Ci siamo chieste quindi, e abbiamo girato la domanda ai/alle diretti/e interessati/e, quali iniziative reali (speriamo che nessuno/a si illuda di poter esperire un’azione politica tra le maglie della rete) avessero intrapreso. Perché magari, impegnate come eravamo ad organizzare e a diffondere presidi e sit-in, ci era sfuggita qualche altra mobilitazione.
L’abbiamo chiesto, via Twitter a :

– UAAR
– AIED
– Comitato 13 febbraio (Senonoraquando)
– Concita De Gregorio

L’abbiamo chiesto, commentando una rassegna stampa post 20 giugno a:

– Comitato Senonoraquando

(in particolar modo ci preme comprendere le posizioni circa la 194/78 di Snoq, in grado, abbiamo potuto vederlo in occasione del 13 febbraio, di muovere considerevoli numeri di persone e di godere di una visibilità mediatica di tutto rilievo)

Lorenza, con noi davanti la Corte Costituzionale, ha scritto un post a riguardo, da cui estrapoliamo e condividiamo alcune domande:

Dov’era SNOQ? 
Dove stavano Radicali e Associazione Luca Coscioni?
E l’UAAR? 
L’UDI?
E tutte e tutti gli altri?
E i collettivi e le associazioni che hanno aderito con entusiasmo ad un evento virtuale (condividere una foto sulla propria bacheca FB), perché non c’erano?
Scarsa visibilità?
Tema troppo impegnativo?
O forse scendere in piazza è troppo faticoso e fuori moda quando si tratta di difendere “roba vecchia” come il diritto delle donne di scegliere della propria vita?

Al momento nessuna di noi ha ricevuto risposta.
Nell’attesa poniamo altre domande, tanto per capire qual è lo scenario in cui ci stiamo muovendo: quali iniziative sul territorio, che coinvolgano donne e uomini, avete intenzione di intraprendere per l’applicazione della legge 194/78 (#apply194)?
Intendete essere al fianco delle cittadine e dei cittadini che continueranno a manifestare, oppure rimarrete nel web a diffondere dati, fare comunicati e rassegne stampa, avanzare proposte politiche, diffondere hashtag?
Tutto lodevole e necessario, ma non bastevole.

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